VIVERE PROFONDAMENTE PARTE SECONDA – Nelle terre estreme, il dolore e l’infinito

Vivere profondamente. Nella prima parte ho parlato di Thoreau, che andò nei boschi in balia della verità perchè

“desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa…”

Credo che queste parole le abbiate già sentite citare dal professor Keating ne “L’attimo fuggente”, mentre insegnava ai suoi studenti ad essere autentici, audaci, a non farsi dire come vivere ma ad abbracciare le proprie inclinazioni e necessità, perché è questo l’unico momento in cui farlo. Walden è un classico della letteratura americana per il suo immenso significato, per la sua portata di consapevolezza e la sua presa di posizione nei confronti del vivere. Anche in “Noi siamo infinito” il professore lo raccomanda a Charlie, l’intelligente e problematico protagonista. Ma di questo film parliamo dopo.

Ora parliamo di Christopher McCandless, anche chiamato Alexander Supertramp, diventato mito americano e mondiale quando, in seguito alla sua tragica morte avvenuta a soli 24 anni, è stato scritto sulla sua vita “Into the wild”, il libro non-fictional di Jhon Krakauer dal quale Sean Penn ha tratto l’omonimo film. Chris è l’emblema del giovane sognatore che dice basta a tutto ciò che lo opprime, alle convenzioni sociali, al consumismo, al doversi omologare in una società dominata dalla falsità. Zaino in spalla, un diario con le nozioni necessarie alla pura sopravvivenza nelle terre estreme dell’Alaska, tanta inesperienza e uno zaino prevalentemente pieno di libri, tra cui proprio Walden di Thoreau, qualche libro di Tolstoj e altre perle. Pieno di coraggio, determinazione e sete di libertà, dopo aver bruciato tutti i suoi soldi si lancia nella natura selvaggia a determinare la sua indipendenza. Durante la sua avventura troverà persone che gli daranno una mano o qualche insegnamento, ma per il resto del tempo vive il suo viaggio da solo, completamente libero, selvaggio e vivo. Chris ha ispirato migliaia di persone a seguire le sue orme sul percorso che porta al Magic Bus dove è stato rinvenuto il suo corpo, avvelenato da alcune bacche. Immaginate un sognatore che prende in mano la sua vita e decide di viverla all’insegna della libertà, rifiutando la tossicità della società.  Idealismo, odio, disprezzo. Chris sognava e cercava la felicità, che a casa sua non esisteva, che all’università e nella società americana non esisteva. Ma la realtà è che Chris è scappato soltanto dal suo dolore e dai suoi problemi,convinto che questo fosse possibile e intento a dimostrarlo. Il film si conclude in maniera magistrale, con forse l’insegnamento più grande. Mentre muore appunta sul suo diario la rivelazione più dolorosa: la felicità è vera solo quando condivisa. Questo tragico epilogo è il più grande insegnamento per i sofferenti e gli idealisti infelici. Quello di cui abbiamo bisogno non lo troviamo in nessun luogo lontano, in nessuna strana attività, nemmeno nella purezza della natura. L’uomo è un animale sociale, trova la sua completezza grazie al rapporto con gli altri, e solo in pace con sé stesso (anche il rapporto che abbiamo con noi stessi è fondamentale). La socialità è la nostra natura innegabile. Dove le relazioni sono disfunzionali, c’è dolore, quando questo riguarda la propria famiglia, ci può essere patologia. Chris scappava da una situazione famigliare dolorosa e pesante, e il suo gesto estremo ha trovato una pari conclusione. La nostra liberazione può avvenire solo per mezzo di noi stessi, solo dentro noi stessi e attraverso gli altri. E solo in questo modo possiamo trovare la vera libertà e vivere l’avventura della vita.

Non basta viaggiare e lanciarsi in ogni esperienza per colmare i nostri vuoti, i nostri abbandoni. Di certo “vivere” è ciò che ci può colmare di più, ed è meglio compensare il proprio dolore così che con le dipendenze o la criminalità, ma non illudiamoci: si vive la realtà filtrandola con gli occhi della propria interiorità, dunque se si sta male anche i luoghi più belli della terra si insanguineranno del nostro dolore. La pace non verrà trovata. Il grande viaggio della vita si deve compiere soprattutto dentro di noi e in relazione con gli altri. È questa la chiave di tutto. Non possiamo ignorarci, non viverci, e pensare di vivere veramente. Non è proprio possibile. Bisogna scendere a patti con ciò che ci smuove da dentro, e poi con la realtà. Quando non accettiamo qualcosa di solito il motivo è interiore, non esteriore. Incolpiamo il mondo ma forse qualcosa non va dentro di noi, magari per via della nostra storia. Non sminuisco così le rivolte e le grandi rivoluzioni spinte dalla rabbia delle persone. L’idealismo è fondamentale, è essenziale, soprattutto per vivere profondamente, ma bisogna riconoscere quando è idealismo e quando è patologia. Dobbiamo essere noi gli eroi a salvarci dall’oblio e a portarci nella luce della vita.

Di queste vicende ne esistono un’infinità. Consiglierei anche il magistrale film “Captain fantastic” a riguardo del vivere nella natura isolati dalla società, e il più estremo documentario “Grizzly man” riguardo alla vita estrema di Timothy Treadwell. Anche lui poteva essere considerato un paladino della verità, viveva con gli orsi allo stato brado per salvaguardarli, spingendosi oltre i limiti dell’uomo. La sua battaglia ideologica è terminata con lui sbranato vivo da uno di questi mentre si registrava. I suoi ideali venivano già costantemente contrastati dalla realtà stessa. Più esso era vicino alla realtà e alla bellezza della natura, più ne vedeva la disturbante e inaccettabile crudeltà. Animali che soffrono, che si devono mangiare a vicenda, che a stento sopravvivono. E chiedeva perché a Dio. Ma nulla di tutto ciò lo fermò. Non sono cose con cui scherzare, la natura non è il nostro parco giochi. La natura è selvaggia, brutale, non guarda in faccia a nessuno, nel suo corso. Vita e morte scorrono in essa come vene e arterie. Ci si deve rendere conto anche di questo, anche se pensiamo di essere salvi da questa realtà nelle nostre case di mattoni. Non si può nemmeno pensare di seguire la strada opposta e precipitarsi in una natura che non sappiamo più vivere.

La solitudine e l’autoaffermazione di Chris è tanto potente quanto triste. La sua eroica corsa verso l’indipendenza e la felicità ha dimostrato che non è possibile, in quel modo, essere indipendenti e felici. È tra di noi, nella nostra famiglia, tra gli amici, che abbiamo ciò che veramente importa, ed è condividendo che completiamo il cerchio. Noi solitari che stiamo bene anche da soli non accettiamo che il monito finale di Chris sia veritiero, ma il punto è che quello che viviamo dobbiamo condividerlo. Siamo letteralmente vatti per interagire tra di noi, aiutarci e condividere. La conoscenza ha un valore per il singolo, ma se non la condividiamo non ne rimarrà nulla. Da soli non si è completi, dunque non si può essere liberi. È questa la grande realtà dell’uomo, le sue distese sconfinate e selvagge: quelle dei rapporti umani. Noi non siamo indipendenti. In una piccola parte dipendiamo dall’altro, dall’amico. Ma più si è amici e intimi e più si è liberi, e meno si possiede l’altra persona. Un rapporto vero rende liberi di essere ciò che veramente siamo, ci permette di esprimerci e di confrontarci, facendoci crescere. Come anche in How I met your mother, alla fine non è la storia ad essere l’importante, ma i legami che abbiamo creato.

Sto parlando di tante cose diverse perché credo fermamente che siano tutte collegate. Trovo sempre profonde correlazioni tra opere anche di arti diverse, come letteratura, cinema, pittura, scultura e così via. Più che della forma dell’opera mi interessa il significato che porta, la forza che ha spinto alla sua creazione e ciò che trasmette. E così ogni libro, ogni film, ogni cosa è collegata, è condizionata dalle precedenti e intima con le future, perché ogni cosa fa parte della stessa incredibile realtà. Questo non significa percepire tutto come uno, ma anzi percepire tutto come speciale e grandioso, essere consapevoli di tutte le parti della realtà. Si può trovare anche una sublime bellezza in mezzo al degrado, ma non si deve badare solo alla bellezza e negare il degrado. Questo è molto chiaro a Anne Dillard, alla quale dedicherò un articolo in futuro. Lei è ben consapevole dell’atroce dolore presente nel mondo, ma non lo rifugge diventando eremita. Lei abbraccia ogni cosa, perché non farlo significa perdersi una parte, un pezzo fondamentale, una verità. Anne Dillard ha una brillante e profondissima visione che arriva oltre alle cose, e percepisce il loro afflato e il loro significato delirante e drammaticamente muto. Sa che l’esistente è illuminato a partire dai suoi dettagli, ma c’è anche qualcosa che trascende… si sente come un infinito, un qualcosa di assoluto che riverbera da dentro le cose, che brillano di questa potenza inafferrabile.

Sento che c’è qualcosa di molto di più nel nostro futile vivere, nello scorrere del tempo, come nell’avanzare di qualsiasi cosa nella natura, ma non riguarda il senso di tutto ciò, piuttosto la sua essenza. Ogni singola cosa, anche se peritura e transitoria, ha un valore, un quid immenso, infinito. Infinito esattamente nella sua definitezza, brilla e pulsa di qualcosa di cui siamo consapevoli, sentiamo, ma che non riusciamo a cogliere in parole: possiamo solo viverlo. E non c’è da dubitare o da negare, c’è solo da affermare la vita, e noi stessi, e viverla. Non è qualcosa di necessariamente spirituale, è solo il rendersi conto dell’assurda grandiosità di ogni cosa. La “semplice” (eppure clamorosa) consapevolezza dell’esistenza di ogni cosa è una realizzazione incontenibile e smaniosa, illuminante, che si può solo sperimentare ma che non tutti sperimentano. È grazie alla consapevolezza che si vive profondamente.

La parte difficile è riconoscere l’esistenza anche di realtà scomode e disturbanti, e così accettare l’infinita bellezza e assurdità dell’universo come la sua crudele e disarmante tragicità. Tutto ne fa parte, le persone, i problemi, le soluzioni, i luoghi, le storie. E riconoscere tutto questo non è comunque accettare e lasciare tutto com’è. Non siamo una foglia che deve crescere e precipitare nel vento nella sua infinita libertà. Per noi poveri umani è più complesso l’esistere, e non possiamo vivere davvero senza combattere per noi stessi e per gli altri, per realizzare il nostro essere e aiutarci a vicenda. Siamo guidati dalla nostra volontà, che non è del tutto libera, ma è l’unica cosa che conta. Swedenborg annunciava al mondo che solo la volontà può salvare l’uomo. Per essere liberi bisogna volerlo e per volere bisogna essere liberi. Ma tutto questo parte esclusivamente dalla consapevolezza. E la consapevolezza è la ricompensa per chi ha conosciuto il dolore.

Vivere è doloroso, e per alcuni lo è in maniera devastante. Il dolore è inevitabile e necessario, e se ne si parlasse mai lucidamente, si capirebbe la sua amara importanza. Al di là del fatto che senza di esso non conosceremmo nemmeno il piacere, c’è da dire che come il piacere anche il dolore ha una funzione fondamentale: segnalarci qualcosa.  Fisiologicamente è un allarme, sposta l’attenzione su qualcosa che non consideravamo, e che non può essere più ignorato. E ha la funzione di chiedere aiuto, non solo a noi ma anche agli altri, per apportare un cambiamento senza il quale le cose non posso proseguire. Questo è il dolore, che sia fisico o psicologico. Senza attraversarlo non si può crescere e non si può migliorare. Non cambieremmo di una virgola se stessimo bene così come stiamo, non apprenderemmo e non saremmo mai interessati a scoprire nulla. Il dolore porta coscienza e consapevolezza, che è la parte più importante dell’essere umano. La consapevolezza. È la luce più eclatante dell’universo dopo quella dell’esistenza stessa. La cosa più importante è questa: solo chi è passato attraverso al dolore ha gli occhi spalancati sulla realtà, e vede ciò che altri non possono conoscere perché hanno più esperienza e soprattutto più consapevolezza. Per andare avanti occorre una differenza di potenziale che può essere creata solo dal vuoto della mancanza. Come diceva Jung, “Nessun albero può crescere fino al paradiso se le sue radici non scendono fino all’inferno”.

E ad un certo livello può capitare di ritrovarsi un po’ soli per il fatto di non venire compresi dagli altri. Ma qui più che mai occorre la consapevolezza per decidere di seguire la PROPRIA strada e di essere fedeli alla propria natura. A me hanno preso per il culo molte volte perché guardavo il cielo, chiedendomi “dove cazzo guardi” (loro non vedevano), o, quando continuavo a ridere dal niente (ed ero felice)per cose che gli altri non vedevano, mi hanno detto che chi ride sempre è la persona più triste. Avevano ragione. Sono la persona più triste, ma sono anche quella più felice, mentre gli altri sembrano essere così vuoti… Eppure so che, anche se loro non lo sanno, loro fanno parte di quella cosa fortissima che sento, della realtà di ogni cosa, piena di merda e di belle cose.

Talvolta il dolore è troppo, ed è soprattutto qui che abbiamo bisogno di un aiuto dall’esterno, perché nemmeno andando ai poli opposti del mondo possiamo liberarci della nostra sofferenza. Possiamo essere salvati e liberi solo nell’intimità dell’amicizia o nella purezza dell’amore, che ci protegge dalla brutalità della vita. Ricordiamo il monito di Chris: la felicità è vera solo se condivisa. E chi, se non un nostro caro, può farci a rialzare lo sguardo al mondo e vedere che prima della morte c’è qualcosa di indicibile che vale la pena di essere vissuto. Alla fine del bellissimo film di Stephen Chbosky, “Noi siamo infinito” il protagonista, unito con i suoi amici, si completa e vive il momento in cui

“sai di non essere solo una storia triste: sei vivo! E ti alzi in piedi, e vedi le luci sui palazzi, e tutto quello che ti fa restare a bocca aperta, e senti quella canzone, su quella strada, con le persone a cui vuoi più bene al mondo, e in questo momento, io te lo giuro, noi siamo infinito”.

Un commento

  1. Mamma mia Simone, mi riempie di gioia leggere le tue recensioni sui libri e sull’arte che, dagli stessi libri, attinge diventando films o quant’altro. Ho viaggiato, attraverso le tue parole in situazioni, una collegata all’altra come una collana di perle, descivendomi un viaggio speciale. Il viaggio di un’anima che si evolve partendo da un corpo di dolore, così come viene percepito da un ragazzo (ma credo sia proprio di ognuno di noi), riuscendo, passo dopo passo ad arrivare alla leggerezza della dualità gioia/dolore per approdare infine ad una più alta consapevolezza spirituale. Chris è scappato portandosi con sé i suoi migliori libri, tu attraverso i libri vivi ed arrivi a “saperi” profondi.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...